A day in Kolkata

Calcutta, metropoli dello stato del Bengala, conta circa 20 milioni di abitanti. La maggior parte di essi vive nei tremila slums dei suoi 185 chilometri quadrati. Sotto un perpetuo cielo grigio, che fa da cornice ad una povertà cronica, l’essere umano non esiste più. Tutto si scontra in un folle brulichio di uomini, donne, bambini, animali, nell’assordante frastuono di voci, grida, clacson insistenti. Molti arrivano da sperduti villaggi con negli occhi il miraggio della grande città. Fuggono dai monsoni, dalle carestie, dalla fame. Attratti dall’utopia di un lavoro, in questo esilio molti di loro non sopravvivono, pochissimi trovano “fortuna”. Negli slum si muore per dissenteria, febbri virali, malaria e fame, tra scorribande di scarafaggi e topi. A Calcutta tutto costituisce un problema: il clima, l’inquinamento, la sovrappopolazione. Eppure è qui, in questa città tanto tragica quanto pura, che si consuma lo spettacolo dell’umanità. Di un’umanità non corrotta, i cui più straordinari protagonisti sono i bambini. Corrono, giocano e sorridono con dolcezza. La loro spontaneità confluisce in una vitalità grandiosa che li rende limpidi e “puliti”. Qui la povertà riesce a diventare una forza, che lega gli uomini nel vincolo di una solidarietà e fiducia reciproci apparentemente inspiegabili. L’egoismo non è compensato e la miseria viene condivisa, con orgoglio. A Calcutta le preoccupazioni riversate sul quotidiano sopravvivere non lasciano tempo alle idee occidentali di progresso e futuro, sviluppo e aspettativa. A Calcutta ciò che conta è Calcutta, e nient’altro che si ponga al di fuori della sua perpetuazione e conservazione nel tempo.