City Europe

Un viaggio di tre anni attraverso 25 paesi d'Europa. Un progetto ispirato al libro "Le Città Invisibili" di Italo Calvino..

Marco Polo raccontò i suoi viaggi con meraviglia, immaginando forse che il resto del mondo avrebbe accolto quelle vicende con entusiasmo, e non a caso due secoli dopo ebbe tra i suoi ammiratori Cristoforo Colombo. Polo, il viaggiatore veneziano, diventato nei secoli il viaggiatore per eccellenza, fu ambasciatore del grande imperatore Kublai Khan. Italo Calvino usò l’espediente dei resoconti di viaggio fatti da Marco Polo all’imperatore per raccontare in realtà le sue città, la sua visione.

In questo progetto fotografico, City Europe, un doppio espediente ci porta dal mondo di Polo-Calvino, moderno, a un mondo multicolore raccontato in bianco e nero, contemporaneo. Quella delle Città invisibili di Italo Calvino è una suggestione che porta il fotografo a rendere riconoscibili le proprie città invisibili. Si cerca di distinguere i disegni nascosti nelle linee immaginarie degli sguardi, che si incrociano a migliaia nella vorticosa vita delle città. Calvino, nella città Cloe, immagina i pensieri che assalgono in modo quasi erotico, in una leggera epica quotidiana, le persone che si passano accanto senza conoscersi. I passanti fantasticano su ciò che potrebbe accadere tra di loro, su quello che i loro corpi o le loro menti potrebbero scambiarsi. disegni nascosti nelle linee immaginarie degli sguardi, che si incrociano a migliaia nella vorticosa vita delle città

Come può la fotografia cogliere tutto ciò? Questo lavoro ha, tra i tanti obbiettivi, quello di decifrare la fuggevole e leggera poetica degli occhi che percorrono velocemente le piazze, le strade e gli spazi più vaghi di una città. Che la si chiami city, ville o Stadt, è un luogo con delle geometrie comuni, con delle alchimie, con dei giochi che la accomunano a città diverse, anche a migliaia di chilometri di distanza. Questo progetto cerca di catturarle e decodificarle con una leggerezza calviniana che è capace di far balzare fuori dalla pesantezza del mondo, e chi si vuole fare anche mezzo di una critica a ciò che la città è diventata. “[…] quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”, così nelle sue Lezioni americane Calvino oppone la “gravità” del poeta, dell’artista, che contiene in realtà il segreto della leggerezza, rispetto all’apparente felicità che tracima dalle migliaia di vite e di cose in corsa della città. Non è un caso che tra le molteplici forme, tra i diversi soggetti e oggetti colti nelle fotografie di City Europe, manchino le automobili: per un’allegra protesta che ha a cuore la bellezza.

Possiamo scorgere la leggerezza nello sguardo fotografico, meravigliato e critico allo stesso tempo, che percepisce la solitudine del piccolo individuo civilizzato, solo in mezzo alla folla o desolato in spazi enormi che lo inghiottono. Con l’agilità del reporter, mischiata alla fissità di una statua, il fotografo scompare dietro alla sua macchina, per farsi a sua volta invisibile, penetrando nella profondità del soggetto che vuole ritrarre. Scompare nella moltitudine per parlare il suo stesso linguaggio, sprofonda nella città per farsi parte della sua architettura: il punto di vista potrebbe essere quello di un campanile, di un’insegna, di un orologio, di un qualsiasi oggetto perso nell’assurdità della folla. Così si intreccia un dialogo silenzioso tra individuo e massa, un dialogo in cui nessuno si ascolta: un insieme di monologhi. Ma l’aspetto principale di questo rapporto è il movimento: la piazza è solcata da milioni di passi, è riempita di attese, di tumulti, di silenzi che si spostano, di sensi che si trascinano, di desiderio compulso. L’uomo che si nasconde dietro alla macchina fotografica è mosso dallo stesso spirito di un viaggiatore, di un esploratore che cerca una nuova terra, e aspetta il momento in cui la città mostra la sua figura misteriosa, disvelando un rebus che può risolvere solo chi ha la “sete di vagare incontro a tutto”, come Breton.

L’Europa diventa una città unica svelando i segreti nascosti nelle differenti città: Roma, Budapest, Parigi, Madrid, Bruxelles, Londra, Amsterdam, Lisbona, Berlino, Varsavia, Praga, Bucarest, Sofia, Vienna, Bratislava, Vilnius, Riga, Tallinn, Copenaghen, Stoccolma, Helsinki, Lubiana, Zagabria, Dublino e Atene, le capitali incluse nel progetto, diventano solo dei nomi, dei luoghi che confluiscono in un unico luogo, antico e contemporaneo allo stesso momento, una Città Europa che inizia a scrivere il suo lungo racconto con l’alfabeto inventato dai fenici (fenicia era anche la stessa Europa, il cui mito ha dato nome al continente) fino a imprimere la sua storia, la sua memoria e il suo oblio moderno all’interno del medium più forte e più attuale: l’immagine.

Un’altra suggestione di cui si è nutrito il progetto City Europe è stata la foto di William Klein scattata a New York dove possiamo notare quattro sguardi, quattro rette parallele che non si incontreranno mai, se non nel loro magico punto di partenza: il quadrato disegnato con meraviglia dal fotografo che coglie l’attimo. Le foto delle diverse città, o una buona parte di esse, funzionano bene in coppia e in questo modo i loro leggeri e raffinati disegni, spesso nascosti, si moltiplicano tra di loro, elevando in modo esponenziale le diverse chiavi di lettura. Dal nero, dall’oscurità della moltitudine e della città – spesso usurpata della propria identità – spunta come un miracolo l’essere umano, questo lumino, questo piccolo essere che a volte può sembrare il filosofo alla ricerca dell’uomo, con la lanterna appunto. Un taglio di luce, perfettamente obliquo, può squarciare il buio dei palazzi e dei tetti fino a portarci ad uno sguardo appena percepibile che cerca qualcosa sporgendo la pupilla all’angolo dell’occhio. Macchie di luce alla Renoir riportano alla vista i minuscoli esseri della nostra specie, sperduti nello spazio urbano come krill nell’oceano. La penisola iberica si intona ai paesi slavi come le città del Mediterraneo si accostano con quelle del Baltico, e ciò avviene grazie ad una poetica, ad uno stile che padroneggia l’ombra e la luce sotto il segno della fotografia.

In una delle tante coppie di fotografie possiamo vedere due uomini: il primo – sembra un personaggio di Kafka o Pessoa – è illuminato e spicca dall’oscurità del vecchio tram che gli fa da sfondo; il secondo – potrebbe essere il protagonista di un romanzo di Simenon – è scuro ed è risaltato dal fondo bianco di luce che lo inquadra sotto una farmacia. Entrambi non ricorderanno quei momenti, avranno dimenticato di essere passati in quel luogo, ma c’è qualcuno che è riuscito a catturare la struggente poesia, la bellezza infinitesimale di quei loro attimi, della loro fragile condizione umana. E la cosa più bella è che quei due uomini non lo sapranno mai.

Testo a cura di Marco Di Memmo.